Lo scorso autunno, abbiamo fatto un’altra memorabile visita in Germania, in particolare a EINS UND ALLES, la straordinaria comunità inclusiva vicino a Stoccarda, con la quale, ogni ottobre degli ultimi due anni, abbiamo montato nuovi spettacoli.

Ogni anno, nuove sfide e ricompense. Quest’anno, i nostri amici hanno deciso di anticipare la prima del nostro nuovo spettacolo, “Unfolding”, a Waiblingen, il capoluogo regionale. Non eravamo affatto sicuri che il nostro gruppo avrebbe sopportato lo stress di un’interruzione del processo di prova di per se’ già troppo breve, per esibirsi su un palcoscenico sconosciuto. Nel migliore dei casi, questa sarebbe una sfida anche lavorando con un gruppo di professionisti “normopatici”, come li chiamo io; come sarà con i nostri attori con bisogni speciali?

Ero preoccupato di come i nostri artisti si sarebbero potuti adattare allo spazio, quindi ci siamo organizzati per vederlo il prima possibile.

E quando l’abbiamo visto, ho avuto un tuffo al cuore: lo “spazio per la performance” a noi riservato era un pozzo scuro asimmetrico, metà foyer e metà qualcosa di incomprensibile, molto ripido su due lati, con un ponte di cemento sospeso su gran parte del palco, sotto cui i nostri attori più alti non erano in grado di  passare senza sbatterci la testa, illuminato da luci a led sparate e ricoperto con quel tipo di tappeto sintetico grigio, abrasivo per la carne umana, che è la rovina dei danzatori di tutto il mondo.

L’unica decorazione scenica era un ittiosauro pietrificato che qualcuno, per qualche ragione, aveva montato sulla parete di fondo. Quando l’ho visto, il mio primo pensiero è stato che quello doveva essere l’ultimo regista che tentò di montare uno spettacolo in quello spazio.

Non fraintendetemi. Come foyer andava bene, è anche innovativo, a modo suo. Ma come spazio teatrale era un disastro. Non c’era nemmeno lo spazio sufficiente affinchè tutti i 30 attori potessero fare un cerchio, senza perderne alcuni giù per le scale che partivano alla fine della parte destra del palco (la parte sinistra invece finisce bruscamente in un muro bianco, quindi non c’era pericolo di cadere uscendo da quella parte, anche se un naso rotto era una possibilità reale.)

E così abbiamo sorriso e ci siamo detti: “Bene”. I nostri partner tedeschi ci avevano detto molto chiaramente che, se le persone giuste avessero visto lo spettacolo lì presso la sede regionale, avremmo potuto ottenere un sostegno istituzionale. Siamo sempre pronti a fare tutto il possibile per diffondere il lavoro, quindi abbiamo accettato.

La sera dello spettacolo, abbiamo avuto la sala piena: circa 80 persone affollavano quello che doveva essere lo spazio per il pubblico. Gli attori hanno fatto un cerchio e abbiamo iniziato a scaldarci: canti, battiti ritmici delle mani, giochi dello specchio… Sin dall’inizio era chiaro che il pubblico stava ascoltando. Anche dando loro le spalle, potevo sentire il loro interesse.

E lo spettacolo è iniziato, i primi timidi passi hanno visto la luce. È sempre emozionante, la prima volta che si prova uno spettacolo davanti al pubblico, ci sono sempre sorprese. Ma con attori diversamente abili, le sorprese sono generalmente più grandi, più generose, più gioiose.

A un certo punto, il nostro filosofo ha deciso di salire in seconda fila, sedersi accanto al boss e godersi lo spettacolo (che non sarebbe continuato fino a quando non avesse deciso di tornare sul palco). Nel frattempo, uno dei nostri cortigiani autistici ha iniziato a inchinarsi, solennemente ed elegantemente, davanti a chiunque fosse a vista. Si stava godendo questo modo di incontrare le persone, e non si sarebbe fermato per meri motivi drammaturgici.

Sono questi i felici incidenti di chi fa teatro con i diversamente abili: è un’esperienza inclusiva nel senso più generoso del termine. Quella sera, è successo qualcosa di raro e magnifico: le distinzioni tra pubblico e palco si sono gioiosamente confuse. Alla fine dello spettacolo, il pubblico cantava ancora più forte di noi.

Le mie paure di stancare troppo i nostri attori erano completamente fuori luogo. Meglio di tutti i professionisti, in questo posto improbabile, hanno abbracciato il pubblico e lo hanno portato in un luogo dove risuona l’anarchica risata degli dei, gioiosa e profonda, che è di buon auspicio per quelli abbastanza fortunati da poterla testimoniare.

Ora, alla fine di questo anno, è una gioia e un conforto per me poter sentire l’eco di quella risata.