Da bambino passavo un sacco di tempo sugli alberi. Per me, arrampicarsi sugli alberi era entrare in un mondo magico dove potevo essere un esploratore, una spia e un supereroe.

Ricordo il piacere che provavo quando i miei genitori o, ancora meglio, adulti non parenti, si chiedevano ad alta voce dove fossi. Non si sognavano nemmeno che fossi proprio sopra di loro, e allo stesso tempo in un’altra dimensione. I viaggi nel tempo, universi paralleli, e il volo dell’uomo erano materie che sembravano risiedere sugli alberi.

Il piacere fisico, mescolato con una non piccola paura, di sentire l’albero ondeggiare con il vento prevalente, portandomi con se’ nell’aria, si mescolava perfettamente con i miei sogni di visitare altri mondi, senza peso e in qualche modo più ricco, più vero della prosaica infanzia legata a terra, che mi tratteneva ingiustamente nella sua presa quotidiana.

A Milwaukee, dove sono cresciuto, gli ulivi non ne erano una caratteristica. Capii che ce n’erano in California, ma era lo stesso per Hollywood e le politiche progressiste, irreali allo stesso modo per me.

Fu così finchè Pia ed io venimmo a vivere in Puglia e scoprimmo il solenne mistero degli alberi d’ulivo – i Greci lo chiamavano l’albero dell’immortalità – contorto e attorcigliato, che evoca magistralmente sia la profondità del tempo che la portata del vento.

Qui alla Luna abbiamo qualcosa come 80 ulivi centenari (dico “abbiamo” anche se il detto locale dice che è il contadino ad appartenere all’olivo, e non il contrario), e la raccolta delle olive è uno degli appuntamenti più felici sul nostro calendario. Per Pia, me e qualche aiutante, significa avere una scusa per passare giorni e giorni sugli alberi.

Quest’anno è stato un raccolto da record. (L’estate è stata molto calda, come l’anno precedente, ma non come il 2018, perfettamente asciutta, così le mosche non hanno potuto depositare le loro uova a distruggere il raccolto, come invece hanno fatto l’anno scorso.)

Di conseguenza, il raccolto è stato una maratona di 3 settimane per Pia e Alessandro, Lamine e Natascia. (Io avevo già degli impegni precedenti in Germania, quindi mi ci sono potuto dedicare solo 2 settimane).

Raccogliamo le nostre olive con il metodo della “pettinatura”: dopo aver steso una rete, ci arrampichiamo sugli alberi, ed entriamo con un pettine di plastica o con le nostre stesse dita, mentre Lamine armeggia con la “mano” elettrica le olive sui rami che non riusciamo a raggiungere.

Quest’anno è stato un raccolto fortunato anche perché nessuno è caduto da scale o da alberi: nessun osso rotto questa volta. È vero che ogni anno Pia e io siamo soggetti a più dolori articolari e stanchezza (cenare presto e cadere addormentati sul divano con un gatto sulla pancia diventa la normalità), ma questa è solo la normale spinta del tempo, che ci porta verso dove inevitabilmente finiremo, molto prima che lo facciano le olive.

E nel frattempo, lassù tra gli alberi, il vento ci sussurra che una parte di noi resterà sempre giovane, sempre supereroe, troverà sempre nuovi mondi da esplorare.

 

Se qualcuno volesse provare il meraviglioso raccolto di quest’anno, non esitate a contattarci. O, meglio ancora, veniteci a trovare!